giovedì 23 ottobre 2025

 Pregare lo stesso dolore del mondo


Cinque secoli dopo lo scisma anglicano, la preghiera comune fra Papa Leone XIV e Re Carlo III, celebrata il 23 ottobre 2025 nella Cappella Sistina, segna un passaggio storico di rara potenza simbolica. Non è solo un incontro fra due capi spirituali: è il gesto che riconcilia, almeno idealmente, le due rive di una frattura nata nel XVI secolo, quando Enrico VIII ruppe con Roma dando origine alla Chiesa d’Inghilterra.


Per secoli, tra la Santa Sede e la monarchia britannica è regnata la diffidenza: persecuzioni, silenzi, distanze diplomatiche. Solo nell’Ottocento, con l’emancipazione dei cattolici, si è aperta una lenta distensione, poi consolidata nel Novecento da gesti come la visita di Giovanni Paolo II nel Regno Unito e l’incontro tra Benedetto XVI ed Elisabetta II. Ma mai, dal Cinquecento in poi, un re d’Inghilterra e un Papa avevano pregato insieme.


La preghiera del 2025 nasce dunque come atto di riconciliazione, più teologico che politico. Re Carlo III, da sempre sensibile al dialogo interreligioso e alla cura del creato, incarna l’immagine di un monarca “ecumenico”, capace di parlare a tutte le fedi. Papa Leone XIV, con il motto evangelico Ut Unum Sint — “Perché siano una cosa sola” —, ha voluto dare al gesto una dimensione di comunione spirituale che supera i confini confessionali.


Non si tratta di un accordo dottrinale, ma di un ponte simbolico: la fede che si ritrova nel linguaggio universale della preghiera, la politica che si piega al silenzio del sacro. È un invito a leggere la storia non come una serie di rotture, ma come un lungo cammino di ritorno.


In un tempo di muri e separazioni, la preghiera fra Papa Leone XIV e Re Carlo III restituisce al potere la sua dimensione spirituale: riconoscere la fragilità, condividere il silenzio, cercare ciò che unisce. Cinque secoli dopo lo strappo di Enrico VIII, un sovrano inglese e un Pontefice tornano a inginocchiarsi insieme: non per cancellare la storia, ma per guarirla. È il gesto maturo di due istituzioni che comprendono che l’autorità, senza riconciliazione, resta incompiuta — e che il futuro dell’Europa cristiana non sta nella dottrina, ma nella capacità di pregare lo stesso dolore del mondo.





sabato 4 ottobre 2025

 La pace ai tempi dell’incredulità: come Trump è riuscito dove la diplomazia ha fallito


Il conflitto tra Israele e Palestina sembrava ormai un nodo irrisolvibile.

Ogni tentativo di tregua falliva, ogni mediazione internazionale naufragava nel giro di pochi giorni.

Il mondo assisteva impotente, mentre le vittime palestinesi continuavano ad aumentare in un massacro insostenibile, e gli ostaggi a finire nell’oblio.

La pace, da speranza, era diventata una parola consunta.


È in questo vuoto che si è inserito Donald Trump, con un piano che molti avevano accolto con scetticismo, se non con ironia. Eppure, là dove i negoziatori professionisti avevano perso credibilità, lui è riuscito almeno a far ripartire una trattativa.


Trump non è arrivato a questo risultato per virtù diplomatica o per lungimiranza strategica.

Ci è arrivato con la logica della forza, quella che gli è più congeniale.

Ha trattato come un uomo d’affari: promesse e minacce, premi per chi accetta, isolamento per chi rifiuta. 

Ha messo sotto pressione Netanyahu come nessun altro presidente americano recente, imponendogli limiti militari e politici, e allo stesso tempo ha aperto contatti indiretti con Hamas, scavalcando i canali diplomatici tradizionali.


Il suo metodo è stato brutale, ma efficace.

Non ha cercato il consenso, ha imposto la scelta.

Non ha parlato il linguaggio della pace, ma quello dell’interesse.

E in un mondo stanco di parole, questa brutalità è sembrata, paradossalmente, una forma di chiarezza.


Il successo relativo del piano di Trump non nasce da un genio politico, ma dalla stanchezza collettiva

Israele è logorato, Gaza è allo stremo, la comunità internazionale paralizzata da divisioni e calcoli. Trump ha semplicemente colto il momento in cui tutti — per ragioni diverse — non potevano più sostenere il peso della guerra. In questo senso, la sua “vittoria” è una resa generale al pragmatismo: la pace non come scelta morale, ma come necessità fisiologica.


Il fatto che proprio Donald Trump — un uomo spesso accusato di arroganza, incoerenza e disprezzo per la diplomazia — sia riuscito dove altri avevano fallito, rivela molto sul nostro tempo. Non tanto sulla sua grandezza politica, quanto sulla crisi profonda delle forme tradizionali della mediazione.


Trump non ha portato pace perché è un pacificatore, ma perché ha capito il linguaggio del potere in un’epoca in cui la forza conta più della credibilità. 

Ha trattato Israele e Palestina come due contendenti in un affare: ha usato la minaccia e la promessa, la sanzione e il premio. È un metodo spregiudicato, ma perfettamente coerente con un mondo in cui l’etica è stata sostituita dall’urgenza di chiudere un accordo — qualunque esso sia.


Paradossalmente, è proprio la sua reputazione di uomo inaffidabile a renderlo efficace: con Trump, nessuno sa se la minaccia è un bluff o una promessa. Questa incertezza — che nella politica ordinaria è un difetto — in diplomazia può diventare una forza.


Alla fine, ciò che emerge non è tanto il trionfo di Trump, ma la sconfitta della diplomazia classica: l’idea che la pace possa ancora nascere da un principio, da una visione comune, da un senso di giustizia condiviso.

Oggi sembra vincere chi sa imporsi con il tempismo giusto, non chi costruisce ponti duraturi.


Forse, però, la vera domanda non è come Trump sia riuscito a ottenere una tregua - un armistizio, perché di questo si tratta - ma perché il mondo abbia avuto bisogno di uno come lui per ricordarsi che la guerra, prima o poi, diventa insostenibile per tutti.


Erica D’Adda